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Ormai è qualche tempo che il FOGLIETTO, è migrato su blogspot. 

Ho notato che ci sono state diverse iscrizioni in quest’ultimo periodo: se volete restare aggiornati su tradizioni popolari, feste, simbolismo e curiosità sul senso del Tempo guardate qui

 

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Halloween, nei giorni che i morti ritornano

hallowee.

Oggi si festeggia S. Martino, il cavaliere che, patrono dei traslochi, chiude la stagione contadina e ci traghetta verso l’inverno e il sonno della natura. Con la sua festa termina il dodekaemeron, il periodo di dodici giorni quando il mondo visibile si mescola a quello invisibile; tempo di apertura dei canali con l’aldilà e di morti che si affacciano alle nostre case.

Il libro di Eraldo Baldini e Giuseppe Bellosi ci presenta un’ interessante indagine, più che sulla festa di Halloween in sé, proprio sul culto dei trapassati e sulle tradizioni ad esso connesse.

Quando è uscito nel 2006 infatti erano forti le polemiche, come si spiega nel secondo capitolo, sull’opportunità di festeggiare Halloween, ritenuta da alcuni una festa commerciale importata dagli Stati Uniti, da altri una moda pericolosa che, banalizzando il sacro, avrebbe aperto la strada a nuove forme di paganesimo. 

Gli autori, forti dei loro studi di antropologia, ci raccontano di come, in realtà, la festa di Halloween fosse “emigrata” nel nuovo mondo con i coloni irlandesi che “esportarono” la leggenda di Jack O’ Lantern, il non-morto destinato a vagare alla luce di una lanterna contenuta in una zucca, per poi ritornare in Europa con la nuova colonizzazione commerciale.

Tuttavia, si racconta nei primi capitoli, la tradizione che i morti ritornassero nei primi giorni di novembre da sempre diffusa nelle nostre campagne, affonda le radici in culti pagani, sopravvissuti all’avvento del cristianesimo e, in alcuni casi, adottati dalla stessa chiesa.

I cortei allegri ragazzini, le questue e persino le zucche, erano, prima che arrivasse in Italia la moda di Halloween “commerciale”, nelle zone rurali, un modo per allontanare la paura della morte con speranze di rinascita e magari sentire più vicini i trapassati, mantenendo vivo il loro ricordo.

E infatti, l’ultima parte del libro, non a caso intitolata “prima che si chiamasse Halloween”è dedicata al culto dei defunti nelle varie regioni italiane, ci mostra come elementi della festa della Vigilia di Ognissanti, fossero presenti molto prima dell’avvento della televisione e della globalizzazione.

I morti che tornano mettono in alcuni casi spavento, come nella leggenda della “caccia selvaggia” il corteo di cacciatori fantasma che attraversa le notti delle regioni del nord, in Sicilia sono invece presenze benevole che, la mattina del 2 novembre, portano doni ai bambini.

Più spesso sono invece “presenze colloquiali”, che non chiedono altro che un giaciglio per riscaldarsi, come succede in Trentino dove è uso alzarsi presto la mattina per lasciare il letto caldo a qualche anima, o offrire loro un piatto di minestra. Interessanti poi, per tutte le regioni gli accenni ai cibi rituali come minestre di ceci, fave e fagioli, elementi che hanno in sé il seme della rinascita, così come i defunti, da sottoterra sono il seme della nuova vita in analogia con la natura che, morendo in autunno, porta in sé la premessa della rinascita primaverile. E il richiamo alla nuova vita sopravvive anche in molte tradizioni non più spaventose, ma divertenti e goliardiche, che richiamano alla fecondità : in Toscana, la zucca adornata di afrodisiaci peperoncini è chiamata in Abruzzo morte cazzuta, mentre S. Martino viene festeggiato, in diverse regioni dell’Italia meridionale, come patrono dei cornuti, una specie di concessione alla sessualità disordinata, ammessa in un periodo senza regole, di commistione come il dodekaemeron, momento di caos che precede una nuova creazione.

E. Baldini, G. Bellosi; Halloween nei giorni che i morti ritornano. Einaudi 2006

Saint’ Honoré*

 Aspettandolo aveva scelto un dolce che le somigliava: rotondo, candido come lei. Marco sosteneva che affondare la forchetta in una Saint Honoré era immergere le dita nei suoi fianchi; assaporare biscotti e panna era morderle i seni e sprofondare tra le sue cosce. 

Questo le sussurrava, in una pausa tra la moglie e il lavoro, quando la pendola incrinata non batteva mai il tempo. 
 Cinque rintocchi, il piattino vuoto, il tovagliolo appallottolato a fianco, lacrime salate alle labbra. 

No Valentina, non è il dramma che pensi tu. 
Era un ti amo e dopo un Non ti amo più.

*un racconto in 100 parole

ottobre

ottobre

L'immagine di ottobre proviene dal ciclo dei mesi di Torre Aquila del Castello del Buonconsiglio a Trento.

Il castello del Buonconsiglio è una delle più importanti fortificazioni alpine: sorto sui resti di un antico castrum romano, fu, dall'età medievale al periodo napoleonico, residenza dei principi vescovi.

Il nucleo originale, che risale al 1200, venne pesantemente rimaneggiato nel 1400, con l'aggiunta del Magno Palazzo verso meridione, che fu collegato alla parte medievale in età barocca. Con la fine del potere dei principi vescovi e annessione del principato alla contea del Tirolo, il castello perse la sua importanza per diventare sede di rappresentanza.

La Torre Aquila, situata all'estremità meridionale, risale al XIII secolo. Fu pesantemente rimaneggiata dal principe vescovo Giorgio di Lichtestein, che la fece sopraelevare e commissionò gli affreschi con il ciclo dei mesi della sala al secondo piano.

Gli undici riquadri (il mese di marzo è andato perduto in un incendio) che sono uno dei maggiori esempi di gotico internazionale in Italia, rappresentano sia scene di vita di corte e del mondo contadino. L'attenzione ai particolari delle vesti, degli arnesi agricoli e della botanica, fa di questo ciclo un documento fotografico del tempo.

Non si conosce con certezza il nome dell'autore. La tradizione lo identifica, per lo stile con paesaggi poco profondi costellati di spuntoni rocciosi e dai colori irreali che rimanda alle miniature boeme, con un maestro Wenceslao, artista boemo documentato a Trento agli inizi del Quattrocento. L'interesse e la cura nel rendere gli elementi botanici fa ipotizzare anche una consultazione dei tacuini sanitatis, manuali medicina che, allo scopo di fornire nozioni sulle proprietà curative delle piante, le ritraevano con miniature ricche di particolari.

Ottobre non ha celebrazioni particolari in quanto la liturgia cattolica non prevede solennità ma solo feste di santi. Nel mondo contadino è il mese della fine della vendemmia e quindi ricco di tradizioni e ricorrenze legate al mondo del vino.

Il vino era molto importante nell'economia e nella cultura tridentina, tanto che il vitigno era sempre collegato ad un castello. Nel medioevo e nel rinascimento, alla fine della vendemmia si usava dare feste grandi e sfarzose, come quella promossa dal principe vescovo Bernardino Clesio che, nel 500, addirittura fece collegare le sue cantine alla fontana della piazza principale che gettò vino per una giornata intera.

Il frescante del Buonconsiglio rappresenta contadini che trasportano l'uva, altri che pigiano mentre il signore assaggia il mosto. Gli attrezzi agricoli sono resi con estrema cura, tanto che ci troviamo di fronte ad un vero trattato di falegnameria e artigianato.

Fin dall'antichità ed in ogni cultura, il vino non fu una semplice bevanda, ma ebbe sempre un legame privilegiato con la religione, la spiritualità, l'altro da sé.

È l'estasi che conduce al divino, bella e terribile, sublime ma pericolosa. Non a caso, nella tradizione islamica, dove il consumo delle bevande alcoliche è vietato, il poeta Ibn Al Fahrid, loda il vino che conduce alle alte vette del misticismo, mentre il Corano, parla di Vino raro che berranno i giusti nell'aldilà.

Il vino non nacque in Grecia, ma fu importato da Creta e si diffuse poi in tutto il bacino del mediterraneo, fino a giungere in Inghilterra attraverso la via dell'Ambra.

Dioniso, dio dell'ebbrezza è anche il dio che muore e risorge. Il suo culto, nato a Creta fu dapprima legato ai miti della Grande Madre, così come avvenne in tutto il vicino oriente: si pensi alla Madre Vite venerata dai Sumeri.

Figlio di Zeus e Semele (identificata con la Luna), Dioniso morì una prima volta quando la madre, istigata dalla gelosa Era, finì incenerita per aver voluto contemplare il padre degli dei in tutto il suo splendore divino. L'intervento di Ermes, che lo cucì nella coscia di Zeus nell'attesa che si compisse il tempo di una nuova nascita, è un chiaro riferimento alla fine dei culti matriarcali.

Nato due volte era detto Dioniso, e un'altra volta morì per mano dei titani che, sempre istigati da Era, lo smembrarono per cuocerlo in un tripode. Secondo una tradizione, Rea, la madre terra e “nonna” di Dioniso, lo resuscitò dopo averne ricomposte le membra, mentre secondo un'altra vulgata, dalle sue ceneri seminate, nacque la vite.

Il culto del vino, diffuso in tutto il bacino del mediterraneo, non poteva essere assente in Palestina: si pensi a come la festa ebraica dei Tabernacoli, fosse agli inizi una festa dionisiaca, o allo stesso Cristo che diceva di se stesso: “Io sono la vite”.

Nella Bibbia abbondano i riferimenti alla vite e al Vino, tramite tra l'umano e la divinità.

L'episodio di Noè, che, scoperto nudo e ubriaco dal figlio Cam, lo punisce perché si era burlato di lui additandolo ai due fratelli, mentre premia questi ultimi che lo ricoprirono rifiutandosi di guardarlo, è una chiara allusione all'estasi e alla contemplazione divina, che non tutti sono in grado di capire o di reggere. Ma se nell'Antico Testamento la vite è soltanto una prefigurazione del Cristo (gli esploratori inviati da Noè ritornarono portando un grappolo d'uva su un legno, chiara allusione alla crocifissione), nel Nuovo Testamento la vite è il Cristo stesso. Gesù dice agli uomini: Io sono la vite, voi i tralci, ossia gli uomini partecipano al divino pur senza essere essi stessi divini, come il tralcio che, staccato dalla vite, è destinato a seccare. E il succo della vite, il suo sangue, diventa sangue divino nell'Ultima Cena: per i credenti infatti il pane e il vino dell'Eucaristia non sono solo un simbolo o un ricordo, ma sono veramente il corpo e il sangue di Cristo.

Per tornare al nostro mese di ottobre, quale santa poteva essere ricordata dalla Chiesa, se non proprio Teresa d'Avila, la santa dell'estasi come ebbrezza che porta a trascendere i limiti umani per ricongiungersi con il divino.

 

 

per saperne di più

A. Cattabiani, Erbario. Rusconi 1994

A. Cattabiani, Calendario, Mondadori 2002

K. Kerényi, Dioniso, Adelphi, 1992

http://www.fondoambiente.it/faiscuola/sognare_il_medioevo/index_file/Page1635.htm

http://www.vacanzeitinerari.it/schede/il_fascino_del_vino_fra_le_mura_dei_castelli_del_t_sc_1400.htm

http://www.leserre.it/Blog/liturgie/Ottobre,-eteree-armonie/

il gatto

cats

Se ne stava afflosciata sulla poltrona, guardando attraverso il vetro opaco la facciata grigia del palazzo di fronte. L'orologio da parete scandiva i minuti. Il tic- tac del meccanismo aumentava di intensità e diventava inesorabilmente sempre più acuto. 
Giulia, con le mani a tapparsi le orecchie, affondò il viso nel cuscino che teneva in grembo. Sarebbe voluta restarci per sempre al buio, con il viso affondato nella gommapiuma, sperando che la sua vita si riavvolgesse come una pellicola al contrario. 
Poi, piano piano un singhiozzo e un altro, fino a quando un pianto dirotto frantumò il silenzio. 
Si alzò lentamente come una marionetta tirata dai fili, entrò nella camera e, passando a fatica nello spazio stretto tra il letto matrimoniale e il comò, raggiunse la carrozzina. 
Restò imbambolata a guardare Kevin che piangeva forte. Fissava il piccolo viso scomposto dalla bocca spalancata diventare di un rosso sempre più acceso e tendere man mano al viola. Si era resa conto di come il pianto seguisse una sorta di ritmo: un singulto e un po' di silenzio, per poi ricominciare ad una tonalità più alta. 
Il gatto così bianco da sembrare una nuvola di panna,la guardava con gli occhi verdi dalla poltrona di vimini, accoccolato sopra un cuscino candido come il suo pelo. Quando Giulia incontrò il suo sguardo, prese in braccio il bambino e lo strinse al petto. Non era in grado di calmarlo, era violaceo in volto e gridava. 
Giulia non riusciva a sostenere i bagliori di giada degli occhi del gatto. 
“Vai via!” gli sibilava. 
Intanto era lei che si allontanava: un passo indietro, un altro e un altro ancora, fino a uscire dalla camera. Appoggiò il neonato sul divano guardandosi intorno con con le mani fra i capelli unti. 
Allora si, il biberon dove è il biberon…. dove sta il latte…. 
Il pianto del bambino copriva ogni altro rumore tanto che Giulia non sentì girare la chiave nella toppa e si trovò davanti sua madre. Non sapeva quanto tempo era restata immobile in mezzo alla stanza. Il pianto era un sottofondo continuo. 
“Ma cosa fai lì impalata!” urlò alla figlia e, preso in braccio il bambino, iniziò a girare per casa raccogliendo biancheria sporca e stoviglie 
“Non si trova mai nulla” diceva “ma è possibile! Tutto il casino che c'è in questa casa!” 
Cullava il piccolo tenendolo appoggiato alla spalla, mentre Giulia, immobile, la fissava mettere il latte in polvere nella pentola. 
Kevin adesso si era calmato, succhiava avidamente dal biberon. Il televisore trasmetteva immagini senza audio. 
Il gatto era entrato silenzioso. Gettò lo sguardo prima su Giulia poi verso il bambino, per andare a sistemarsi sul divano a fiori sbiaditi. 
“E' cattivo…” sussurrò Giulia alla madre 
“Cosa è cattivo?” le rispose senza nemmeno voltarsi, dandole le spalle “Metti a posto questo letamaio, piuttosto!” 
“Il gatto” diceva Giulia piano. “E' cattivo, fa piangere il bambino, gli fa paura!” 
“Ma non dire sciocchezze!”si era diretta verso la camera, cantando la ninna nanna al nipote e lasciandola da sola a fissare il gatto. 
“Lo so che sei tu a farlo piangere, che sei cattivo, che odi Kevin!” 
Il gatto pareva gonfiarsi, e i suoi occhi verdi avevano come un lampo luminoso. 
Poi la madre ritornò in cucina. 
“Ora devo andare a fare la spesa, ti serve qualcosa?” 
Giulia fissava la lampadina che pendeva dal centro del soffitto. Era sceso il crepuscolo e la luce illuminava a malapena le pareti giallastre. 
“Ohh ma dico a te! Ma è possibile che te ne stai sempre lì imbambolata. Hai diciannove anni, un compagno e un figlio, ma datti una mossa!” 
E uscì sbattendo la porta. 
Kevin dormiva nella carrozzina e il gatto gli girava attorno. Giulia guardava il suo pelo ondeggiare come il tutù di una ballerina. L'animale ridacchiava ricordandole le ore alla sbarra, il corpo sinuoso, la speranza di un provino schiantati in un appartamento di 50 metri quadri, al sesto piano, con davanti un altro palazzo grigio che aveva davanti un altro palazzo scolorito e così via via per giorni, mesi settimane ed anni. 
Giulia non riusciva a piangere, la fronte appoggiata al vetro della finestra rigato dalla pioggia che sfocava la vista. 
Le pareva di sentire il respiro di Kevin mescolato alle fusa del gatto. 
“E' cattivo…” ansimava “lo odia…” il suo respiro era sempre più affannoso scandiva le parole sussurrate “piange sempre…” adesso le pareva che una mano le stringesse il collo “nemmeno la notte smette…” 

Entrò il compagno, Marco. 
Aperta una scatoletta di tonno, iniziò ad addentare il contenuto con una forchetta. 
“Il bambino puzza, cambialo!” le disse. 
Giulia sprofondò sul divano davanti alla televisione. 
Marco, abbandonata la lattina sul tavolo senza tovaglia, si era seduto sullo sgabello, davanti al computer a disegnare personaggi fantastici, che si muovevano in un mondo di draghi e foreste magiche. La scuola per disegnatore di Anime, dopo essersi mangiata buona parte della liquidazione di suo padre, aveva, gonfiato i suoi sogni, fatto veleggiare le sue ambizioni che l'avvistamento di Kevin aveva incagliato in una catena di montaggio di pollo surgelato. Non sarebbe riuscito a sopportare le otto ore in fabbrica e i turni di notte, senza quella finestra sul mondo del “tutto è ancora possibile” che lo accoglieva ogni volta che accendeva il pc e inseriva il cd di musica celtica. 
Kevin ricominciò a piangere. Prima un singulto leggero, poi, sempre più forte, come una spirale che saliva verso il cielo. 
“Lo vuoi far tacere!” Marco si era affacciato alla stanza da letto 
“E' cattivo…” sussurrava Giulia, 
“Chi è cattivo?” rispose lui 
“il gatto…lo spaventa…lo odia…” 
“Ma tu sei tutta scema…” disse Marco scuotendo la testa 
“Lo sai che i gatti odiano i bambini, che li vogliono uccidere che li soffocano…” insisteva la ragazza 
Marco restò impietrito. La voce di sua nonna, come uscita da un baule pieno di scheletri e ragnatele, era tornata a bussare alla sua mente. 
“Mai lasciare i bambini soli con i gatti…” gli raccomandava la vecchia quando lui era ancora piccolo “gli salgono sulla faccia…tolgono il respiro…” 
Il gatto girava sinuoso, sempre più vicino alla carrozzina. Il suo pelo era bianco, come il cuscino che stava abbandonato sulla poltrona di vimini sfilacciata, dimenticata lì chissà da chi, chissà da quanto tempo. Il bambino gridava sempre più forte. 
Giulia prese il cuscino e lo posò sul viso di Kevin, prima piano, tanto che il pianto arrivava attutito alle orecchie di Marco, poi, con rabbia, premette sempre più forte. 
Marco, incorniciato dallo stipite della porta, guardava la mano di Giulia che non ricordava essere così forte e gli veniva da pensare come quel cuscino fosse sempre pieno di peli di gatto. 
Arrivò il silenzio. 
Marco prese il cuscino e lo portò giù nel cassonetto, poi tornato in casa, mise una mano sulla spalla della fidanzata, e, spente tutte le luci la condusse a letto. 
La notte scivolò muta. 
L'alba filtrava attraverso le tapparelle quando il rumore di un camion della nettezza urbana, che svuotava i cassonetti nel cortile, giunse attutito nella stanza. 
Il gatto osservava Marco e Giulia abbracciati, assopiti nel letto, rassegnato alle sue ultime ore da innocente.

alle Tempora d’autunno

amantiE. Schiele – Freundshaft

Noi due 
abbiamo amato 
solo 
i frutti che 
cogliemmo 

e non ci 
frega 
nostalgia 
di ciò 
che non fu 
mai. 

Avvinghiamo 
canestri 
con amplessi 
forestieri 
maturano 
i baci 
ringraziando 
lingue sconosciute. 

Distilla oro la vita. 

Feriae Augusti

CiampiAmantiF.Ciampi – Amanti

Sarà che 
avvolti 
avvinghiati 
sudati 
imbrattati 
contemplammo 
sullo 
strapiombo del piacere 
pure 
la notte senza fine. 

Intrecciamo le 
spighe 
come dita 
sparpagliando 
carezze 
per non precipitare. 

Risuonano attorno i ventilabri. 

Luglio

luglio
 

Agli sgoccioli del mese di luglio, ne posto l'iconografia proveniente dal pavimento della cripta di San Savino a Piacenza.

La struttura odierna della chiesa è frutto di un ripristino, voluto agli inizi del 900 da Monsignor Scalabrini, che, come molti suoi contemporanei, preso dalla frenesia di riportare in vita un ideale medioevo, ne ha tolto i fasti del barocco, per ridarle un aspetto pseudo – romanico.

L'edificio in realtà è molto antico: un primo nucleo, dedicato ai Santi Apostoli, venne costruito alla fine del IV secolo d.C. dal vescovo Savino al quale la chiesa fu dedicata, dopo che vi fu sepolto nel 420. Venne quindi distrutta due volte dagli Ungari e riedificata agli inizi del XII secolo. Risalgono a quest'epoca i mosaici pavimentali della cattedrale e della cripta, che sono tra le poche tracce rimaste dell'impianto medievale, dopo i rifacimenti barocchi e il ripristino novecentesco.

I mosaici del presbiterio e della cripta sono oggi a tessere bianche e nere, ma secondo alcuni interpreti un tempo dovevano essere policromi. Nel presbiterio vediamo una figura umana, probabilmente il Tempo o il Padreterno, affiancato da immagini del sole, della luna e delle virtù, nonché dall'insolita raffigurazione di una partita a scacchi.

Il pavimento della cripta invece mostra, tra le onde di un mare stilizzato e popolato di creature marine, tondi entro i quali, a tessere bianche su fondo nero, stanno le personificazioni dei mesi. Racchiude il pavimento un fregio con episodi biblici, secondo l'usanza medievale di rappresentare il lavoro da svolgersi nell'arco dell'anno, il tempo dell'uomo, affiancato a scene tratte dalla Bibbia, ossia il tempo divino.

Dei dodici mesi ne sono rimasti solo nove.

Luglio è raffigurato come un uomo intento alla mietitura, affiancato dal segno del cancro. A contornare il clipeo una scritta, non del tutto decifrabile, che rimanda alla calura del solstizio. Stranamente, rispetto a quello che accade negli altri tondi, il segno zodiacale è rappresentato in nero su fondo bianco: una probabile allusione al sole che ha iniziato il suo percorso discendente e alle giornate che, d'ora innanzi, vanno accorciandosi.

L'uomo miete secondo la tecnica antica con un falcetto corto, tagliando il grano proprio vicino alla spiga. Luglio è infatti il mese della mietitura, un periodo costellato da sagre che rimandano ai riti agresti, un tempo anche crudeli.

In epoca arcaica si pensava che lo Spirito del Grano dimorasse nell'ultimo covone e che, una volta che questo veniva tagliato, si impossessasse del primo essere che trovava nei paraggi, quindi dell'ultimo mietitore o di un semplice passante, che veniva sacrificato per propiziare il raccolto. Ovviamente, in epoca storica, se ne faceva una rappresentazione simbolica: ancora oggi, in alcune zone d'Europa, un uomo viene legato, schernito e battuto oppure si “sacrifica” un fantoccio dopo averlo portato in processione. Un tempo capitava che ad essere sacrificati fossero animali: cani, lupi, scrofe, più spesso galli. Le penne del gallo venivano bruciate e la cenere mescolata ai semi in autunno, per favorirne la rinascita.

Lo Spirito del Grano è chiamato anche, a seconda della zona, Madonna del Grano o Vecchia, ma, sia che si ponga l'accento sulla sua natura femminile o maschile, la sua celebrazione rimanda al culto della Grande Madre.
Presso i greci fu Demetra che, per ricompensare l'umanità, inviò Trittolemo ad insegnare agli uomini l'arte dell'agricoltura mentre, nella celebrazione dei misteri Eleusini dedicati proprio a Demetra, veniva mostrata una spiga.

Presso gli egizi era invece il dio Osiride ad essere associato al grano: come chicchi, gli arti del suo corpo smembrato furono sparsi sulla terra  in una specie di  rito di fertilità. E non a caso, proprio durante il periodo della semina, quando si celebravano proprio le feste di Osiride, statuette del dio erano sepolte nei campi per propiziare il raccolto.

Ma il grano è soprattutto simbolo Cristiano: già nell'Antico Testamento, Giuseppe, venduto dai fratelli come schiavo in Egitto, salva il paese dalla carestia decifrando un sogno del Faraone e convincendo il sovrano ad ammassare provviste per gli anni di magra. Giuseppe verrà ricompensato diventando maggiordomo di corte e procurando ricchezze alla sua famiglia, cioè passando dalla morte simbolica della schiavitù alla vita che dà nutrimento a sé e agli altri. Giuseppe è chiaramente un'anticipazione del Cristo che muore per rinascere e nutrire l'intera umanità.

Anche il segno del cancro, che ha inizio al solstizio d'estate e regge il cielo fino alla metà di luglio viene, dall'astrologia tradizionale, associato alla maternità e alla nascita. È simboleggiato da un crostaceo, un granchio o un gambero, forse a causa della loro andatura obliqua quando non a ritroso proprio come il sole che, impercettibilmente, in questo mese, inverte il suo percorso.
Ma più probabilmente perchè la tradizione ha sempre associato i crostacei e i molluschi acquatici (nell'antica grecia il segno del cancro era rappresentato anche dal polipo) al simbolo femminile per eccellenza, la luna, tanto da pensare il loro aspetto variasse a seconda delle fasi lunari.

Il geroglifico del segno, invece, richiama due polarità opposte che porteranno a generare gli organi formando così un individuo.

Non a caso, proprio nel mondo greco, i solstizi erano considerati delle porte tra il mondo sensibile e il non manifestato. Il solstizio d'estate, quando ha inizio il segno del cancro, era detto la “porta degli uomini” ossia era il passaggio attraversato dalle anime verso la loro incarnazione. Anche nella teologia buddista proprio il granchio è il simbolo del sonno della morte, ossia di quel lasso di tempo di passaggio tra una vita e l'altra che precede l'incarnazione.
Luglio è insomma il tempo della Grande madre, quando si inizia a raccogliere i frutti della terra, il grano soprattutto, che è l'alimento principale dell'umanità. Ma la maternità cela in sé anche un doppio terribile: così come crea può distruggere riassorbendo tutto in sé. Ecco allora i riti crudeli della mietitura, ma anche una leggenda curiosa riportata da Ovidio: provate a seppellire un granchio senza chele, ne nascerà un terribile scorpione.

 

Per saperne di più:

Italia nell'arte medievale

http://www.medioevo.org/artemedievale/Pages/EmiliaRomagna/SanSavinoMosaicoPresbiterio.html

http://www.marcostucchi.com/Articoli/SanSavino/index.html

A. Cattabiani, Erbario. Rusconi 1994

A.Cattabiani, Acquario. Mondadori 2002

 

Corpi Fuorilegge

Gli_amanti_MagritteR. Magritte- Gli Amanti
 

Il nostro cuore fuorilegge
spara colpi di dolore
è troppo tempo che non si fa più l'amore

 

 Giusy Ferreri – Il mare immenso

 

Dopo sei giorni il silenzio fra loro divenne regola. D'ora in avanti avrebbero lasciato solo i corpi a parlare. Le frasi, stroncate prima di nascere, sminuzzate e gutturali, si sarebbero sciolte nell'odore di sudore, di fiato e di sperma, in quella stanza di motel lungo la tangenziale che feriva la campagna apatica.
Si erano ritrovati dopo anni di telefoni muti e sguardi voltati dall'altra parte, quando il caso aveva riavvolto la spirale delle loro vite, per sorprendersi di come le parole, un tempo affilate, fossero diventate armi spuntate. Così fesse da non riuscire nemmeno a raccontare i fianchi modellati da altre mani e quelle rughe di noia vicino alle palpebre.
Poi erano stati quotidiani scambi di messaggi e posta elettronica. Parole che aleggiavano nelle loro menti. Truffaldine, consigliavano di cestinare e non rispondere. Il si che, anni prima, si erano detti davanti all'altare, si era trasformato negli anni, senza che loro se ne accorgessero, in tanti devi devi e devi. I Devi fare, devi dire, devi tradire, devi troncare sfarfallavano ancora adesso nei loro pensieri.
Ma, passati cinque giorni, in un pomeriggio d'autunno, erano finiti davanti ad un caffè a cercare invano di impilare discorsi, quando dalla finestra la nebbia occultava l'apoteosi dei colori. Piuttosto, a raccontare, furono le mani di lui, rese più abili dall'esperienza e i fianchi di lei, arrotondati e abbelliti da abbracci estranei.
Lui li indovinava sotto il golf leggero e il ricordo gli stuzzicava l'inguine mentre la osservava inumidirsi le labbra. Lei, gli occhi bassi, intuiva quanti altri seni o cosce avevano percorso quelle dita.
La stesse mani che lui, poco dopo, le aveva calcato sopra la testa all'improvviso, nel buio del parcheggio, costringendola a prenderlo in bocca.
Sottomissione, pensava lui e gli piaceva rincorrere quella parola per aumentare la sua eccitazione. Lei invece aveva trovato Dignità a sbarrarle il passo. Crudele, la aveva convinta ad alzarsi e allontanarsi con una risata di scherno. Il tempo di salire in macchina e già si malediceva per essersi fatta abbindolare. Lui, dopo che si era soddisfatto da solo nell'abitacolo buio, pensava a ricontattarla scacciando, come una falena molesta, la parola Rispetto dalla sua mente.
E infatti già il giorno dopo in silenzio, con poche lettere sul telefonino, combinarono l' appuntamento in un bar di passaggio vicino alla tangenziale, frequentato per lo più da stranieri, dove i dialoghi, incomprensibili, non li avrebbero sfiorati.
Il tempo di un caffè e muti  si diressero al motel che stava giusto di fronte.
Entrati nella stanza lui la sbatté sul letto, senza nemmeno spogliarla del tutto, tenendole i polsi sopra la testa. Lei aprì ancora di più le gambe, inarcando il bacino verso di lui. Ogni momento si assommava, ogni esperienza passata filtrava dal corpo dell'uno a quello dell'altra e viceversa, per tornare indietro trasformata, accresciuta. Si fondevano per innalzarsi e poi precipitare verso il nulla, avvolti da lenzuola che chissà quanti corpi prima dei loro avevano protetto. Gambe attorcigliate, labbra unite e lingue che scavavano fino ad essere una persona soltanto.
Ciascuno, modellando sempre e soltanto il proprio piacere, con scarsa attenzione e con ancor meno compassione, finiva per soddisfare sempre di più l'altro.
E questo fu il tesoro che, rincorso da anni, scoprirono insieme, per caso, in un crepuscolo di fine ottobre. Il segreto che stronca il pudore, fa i capezzoli più turgidi e il cazzo più duro.Loro lo  avrebbero gustato insieme d'ora in poi, avvinti dalla stagione che va verso il nulla, quando tutti i colori si raccolgono uno dentro l'altro, come amanti in orgasmo.
In un'ora senza ordine, rubata alla pausa pranzo o a qualche riunione di lavoro, si sarebbero ritrovati giorno dopo giorno. A mischiare sudore e fiato, non di certo a fare l'amore, ma a scopare, di nascosto da questo mondo che tutto permette ma niente perdona, senza chiedersi fino a quando sarebbe durato.
Se sarebbe svanito all'improvviso, così come era arrivato o si sarebbe logorato sfilacciandosi piano piano. Senza fermarsi a contemplare quel piccolo miracolo, ma cogliendolo prima che fuggisse di nuovo, avevano capito la vera legge: quella dei corpi fuori-legge.